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Intervista al Prof. Sergio Marini sulla sociologia elettorale

Di Elena Grassi, Giornalista Politica·5 dicembre 2024·12 min

Abbiamo incontrato il Professor Sergio Marini nel suo studio di Bologna l'11 novembre 2024 per discutere dei cambiamenti reali nel voto degli italiani. In questa chiacchierata senza filtri politici, Marini demolisce i vecchi modelli di comunicazione e ci mostra, numeri alla mano, cosa spinge davvero una persona a barrare un simbolo sulla scheda elettorale oggi.

La morte dei programmi elettorali infiniti

Il Professor Marini apre l'intervista citando una ricerca condotta su 1.487 elettori residenti tra l'Emilia-Romagna e il Veneto durante la primavera del 2024. Il dato è impressionante: solo 13 persone hanno dichiarato di aver letto integralmente il programma elettorale del partito che hanno votato. La maggior parte degli intervistati si è fermata ai primi 4 punti pubblicati sui social o sui volantini distribuiti ai mercati rionali. Questo dimostra che la strategia delle 150 pagine di promesse è diventata del tutto inutile per spostare il consenso reale nelle urne.

Negli ultimi 6 anni, la lunghezza media dei documenti programmatici in Italia è scesa da 92 pagine a circa 34, ma la soglia di attenzione degli elettori è calata ancora più velocemente. Secondo Marini, un cittadino medio dedica appena 11 minuti alla ricerca di informazioni politiche concrete prima di un'elezione importante. Se in quegli 11 minuti non trova risposte su tasse, sanità o trasporti locali, smette di cercare e si affida alla sensazione del momento o al passaparola tra amici e parenti stretti.

Il problema principale non è la pigrizia degli elettori, ma la mancanza di chiarezza. Marini sottolinea che il 64% dei programmi analizzati usa un linguaggio troppo tecnico, quasi burocratico, che allontana chi ha una formazione scolastica media. Per parlare alla pancia del Paese, come si diceva una volta, oggi serve parlare chiaro e documentare ogni promessa con i costi previsti. I dati pronti all'uso sono l'unica moneta che ancora vale qualcosa in una campagna elettorale moderna e veloce come quella che vedremo nel 2025.

I programmi da 150 pagine sono carta straccia: l'elettore oggi cerca 3 risposte chiare in meno di 11 minuti.

La regola dei 13 secondi sullo schermo

Un altro punto cruciale toccato da Marini riguarda il tempo di reazione digitale. Monitorando il comportamento di 482 utenti su piattaforme video tra settembre e ottobre 2024, il suo team ha scoperto che la decisione di ascoltare un leader politico avviene nei primi 13 secondi del filmato. Se il candidato non va dritto al punto o usa giri di parole complessi, l'utente chiude l'app. Questo comportamento è identico sia per i ventenni che per i cinquantenni, segno che l'abitudine al consumo rapido di contenuti ha livellato tutte le fasce d'età.

Abbiamo analizzato insieme a Marini circa 47 video elettorali pubblicati nell'ultima tornata delle comunali. Quelli che hanno ottenuto più visualizzazioni e, soprattutto, più conversioni in termini di preferenze scritte, avevano una durata massima di 58 secondi. Non è una questione di superficialità, ma di gestione del tempo. Le persone lavorano 8 o 9 ore al giorno e non hanno voglia di sentire comizi infiniti dal divano di casa. Vogliono sapere se il politico ha capito il loro problema e se ha una soluzione che non costi una fortuna.

Marini ci ha mostrato un grafico relativo a un piccolo comune della provincia di Bologna, dove un candidato ha vinto con uno scarto di soli 39 voti. Quel candidato aveva puntato tutto su micro-video di 40 secondi registrati davanti ai cantieri stradali fermi da mesi. Quella concretezza visiva ha convinto gli indecisi dell'ultimo minuto molto più dei grandi cartelloni pubblicitari pagati migliaia di euro. La realtà dei fatti vince sempre sulla grafica patinata se il messaggio è centrato.

La regola dei 13 secondi sullo schermo

Il ritorno della presenza fisica nei quartieri

Paradossalmente, mentre tutto diventa digitale, la presenza fisica sta tornando a essere un fattore decisivo. Marini cita il caso di un quartiere di periferia a Milano dove, nel giugno 2024, l'affluenza è stata superiore alla media cittadina del 7%. In quella zona, due candidati avevano passato 18 giorni consecutivi a parlare con la gente fuori dai supermercati e nelle vecchie bocciofile. Questo tipo di contatto umano crea un legame di fiducia che nessun algoritmo può replicare, specialmente in un periodo di forte scetticismo verso le istituzioni centrali.

I dati di Usanmaztasarim confermano questa tendenza: i candidati che hanno effettuato almeno 25 incontri pubblici in piccoli gruppi (meno di 20 persone) hanno visto crescere la propria base elettorale del 14% in più rispetto a chi ha puntato solo sui grandi eventi di piazza. Marini spiega che nelle piccole riunioni la gente si sente libera di fare domande scomode. Chi sa rispondere senza usare il linguaggio della politica tradizionale guadagna un rispetto che si traduce in voti certi il lunedì mattina dopo lo scrutinio.

Entro il 2026, Marini prevede un ritorno massiccio al 'porta a porta' organizzato, ma supportato dai dati. Non si tratterà più di lasciare volantini a caso nelle cassette della posta, operazione che ha un tasso di successo inferiore al 3%, ma di andare dove i sondaggi veri indicano una forte concentrazione di dubbi. Serve una strategia che mescoli l'umanità della stretta di mano con la precisione dei numeri raccolti sul campo settimana dopo settimana.

Un incontro con 15 persone in un garage vale più di un post visto da 10.000 sconosciuti.

Identikit dei nuovi leader credibili

Chi sono i leader che funzionano oggi? Marini non ha dubbi: persone con una storia lavorativa solida alle spalle. Analizzando i profili di 73 amministratori locali eletti di recente, è emerso che 52 di loro provenivano dal mondo della piccola impresa o del lavoro dipendente nel settore privato. L'elettore di 45 anni, che paga un mutuo e si preoccupa dell'inflazione, vuole vedere qualcuno che sappia cosa significa far quadrare i conti di una famiglia o di un'officina meccanica a fine mese.

L'età media ideale per un leader percepito come affidabile si è alzata, attestandosi ora tra i 43 e i 56 anni. In questa fascia, il candidato viene visto come abbastanza esperto per gestire il potere, ma ancora abbastanza giovane per capire le sfide tecnologiche e ambientali. Marini nota anche un rifiuto crescente per l'abbigliamento troppo formale: il politico in maniche di camicia, che non ha paura di sporcarsi le scarpe in un cantiere, risulta molto più autentico di chi indossa abiti sartoriali da migliaia di euro in contesti popolari.

L'autenticità non si può fingere a lungo. Marini racconta di aver visto candidati crollare nei sondaggi dopo una sola gaffe che rivelava la loro distanza dalla vita reale, come non sapere il prezzo di un litro di latte o di un biglietto del bus urbano. Questi dettagli, apparentemente piccoli, sono quelli che la gente nota e commenta nei bar. La credibilità si costruisce sulla conoscenza profonda del quotidiano, non sulle grandi teorie sociologiche apprese nei libri universitari.

Le previsioni per le prossime tornate elettorali

Guardando alle elezioni del prossimo anno, i dati indicano una frammentazione ancora più forte. Marini prevede che almeno 6 o 8 formazioni politiche minori lotteranno per superare le soglie di sbarramento. Questo significa che ogni singolo voto conterrà un peso specifico enorme. La chiave del successo sarà la capacità di mobilitare quel 38% di astenuti cronici che hanno smesso di votare dal 2019. Sono persone deluse che aspettano solo un motivo concreto per tornare al seggio elettorale della loro scuola.

I costi delle campagne elettorali si stanno spostando verso l'analisi dei dati locale. Un budget medio di 12.400 euro per un candidato di provincia viene oggi speso per l'78.5% in ricerca e micro-targeting. Marini suggerisce di smettere di sprecare soldi in manifesti giganti che nessuno guarda più mentre guida. Meglio investire in una piccola squadra di 4 o 5 volontari ben formati che sappiano ascoltare le lamentele dei cittadini e trasformarle in proposte di legge o delibere comunali attuabili in tempi brevi.

In conclusione, il Professor Marini resta ottimista. La democrazia non è in crisi, è solo in una fase di mutamento profondo. Chi saprà adattarsi a questo nuovo ritmo, parlando con onestà e numeri alla mano, avrà la meglio su chi continua a recitare vecchi copioni politici scritti vent'anni fa. Usanmaztasarim continuerà a monitorare questi flussi, fornendo dati pronti all'uso per chi vuole davvero capire dove sta andando la nostra società nei prossimi 24 mesi.

Le previsioni per le prossime tornate elettorali
Note legali

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